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 Nat King Cole «Stardust»

 

All’impresa da “ardito ufficiale osservatore”, come citava la motivazione della Croce, Ugo Macera ha fatto seguire le molte altre e prestigiose del suo curriculum postbellico, prima come Commissario di Pubblica Sicurezza a Villa Glori, e poi come Capo della Squadra Mobile di Roma.

 

Tra le molte operazioni vanno ricordate quella per la cattura del bandito Dejana a Tolfa, nel 1954 (vedi resoconto), le approfondite ricerche relative al giallo della decapitata di Castelgandolfo, nel luglio del 1955, che risultò essere Antonietta Longo, la liberazione di una bambina sequestrata a Rocca di Papa (ï), le serrate indagini risolutive per la morte della giovane Wilma Montesi e per il delitto di Maria Martirano a Via Monaci a Roma, nel 1958. L’acutezza investigativa di Ugo Macera doveva portare all’incriminazione di Fenaroli e di Ghiani, rispettivamente mandante e autore del delitto (ò).

 

IL CASO FENAROLI

Se una morale può essere ricavata da uno degli episodi chiave della eccezionale carriera di Ugo Macera, è che il crimine non va mai in ferie, e di conseguenza neppure chi lo deve combattere. Anno 1958. Gli italiani vivevano in pieno e felice idillio col boom economico, assaporandone croci e delizie. Queste ultime incarnate dalla televisione, dalle prime auto, dagli elettrodomestici tuttofare, da un’euforia generalizzata che toccava ogni settore della vita nazionale. Le croci erano invece strutturali all’euforia economica, ossia traffici illegali, edilizia selvaggia, sequestri, corruzione, il malaffare insomma nelle sue varie sfaccettature. Anche durante quella calda estate romana pertanto il crimine non si era mai riposato, e così i tutori della legge. Ugo Macera, in prima linea come sempre nella sue funzioni di Capo della Sezione Omicidi della Squadra Mobile, aveva dato il meglio per arginare il crimine nella Capitale. E perciò, finita l’estate, si apprestava a prendersi un meritato periodo di vacanza. Le valigie erano già pronte, ma prima di partire, la mattina dell’11 settembre, volle fare una capatina in ufficio, per salutare, per dare le ultime disposizioni ai suoi collaboratori. Ma ecco che il Questore, il dottor Musco, per contingenze di servizio, ma soprattutto per l’idoneità del Macera a quel tipo di situazioni, gli chiede di fare un sopralluogo in Via Monaci, proprio alle spalle delle Poste di Piazza Bologna. Una donna era stata rinvenuta morta in cucina, al primo piano dello stabile al numero civico 21.
Dai primi indizi, si sarebbe detta una delle tante disgrazie per una fuga di gas. Ma Ugo Macera, giunto sul posto, rilevò subito la morte per strangolamento. Si trattava di un delitto. Rinviate sine die le ferie, eccolo dispiegare tutte le sue capacità investigative per addentrarsi in uno dei gialli epocali della storia criminale italiana. Un tunnel degli incubi in cui si agitavano le figure del dramma: la vittima una donna, Maria Martirano; il marito di lei, Giovanni Fenaroli, in difficoltà finanziarie, che aveva stipulato una polizza sulla vita della moglie, falsificandone la firma; un sicario, Raul Ghiani, elettrotecnico milanese assoldato per uccidere la donna e far incassare al mandante il premio di 150 milioni che avrebbe risistemato la precaria situazione finanziaria di Fenaroli; testimoni, il segretario del mandante, tal Negri, che conosceva le intenzioni delittuose del suo datore di lavoro nei riguardi della moglie, e poi l’infermiera che aveva visto Ghiani nell’androne dello stabile di Via Monaci la sera del delitto. La ragazza, che amoreggiava col suo fidanzato, detto Grissino, aveva visto il killer incontrare la Martirano, dopo che, con la scusa di dover ritirare dei documenti urgenti per Fenaroli, si era fatto aprire e ricevere in casa. E ancora altro bandolo dell’intricata matassa, il fratello della Martirano che aveva riconosciuto nel Ghiani il giovane prestante e circospetto che tre giorni prima del delitto, alla stazione Termini, aveva incontrato Fenaroli e con lui era partito per Milano in vagone-letto.
Ma erano tutte solo prove indiziarie, sospetti, illazioni. Reticenza, dichiarazioni di estraneità al fatto, rimpalli di responsabilità avevano creato un tale garbuglio nella vicenda, che le indagini avevano corso il rischio di arenarsi nel nulla di fatto. A inchiodare Fenaroli e Ghiani doveva provvedere però con astuzia investigativa Ugo Macera – sin dalle prime ore certo della colpevolezza dei due – per intuito di mestiere e abilità introspettiva nel vagliare i codici caratteriali dei personaggi coinvolti a vario titolo nella torbida vicenda. Basandosi sulla testimonianza del fratello della Martirano, rintracciò presso la Compagnia Wagon- Lits di Roma la copia del bollettino rilasciato dal Conduttore della Carrozza Roma-Milano, e sul quale figurava ben distintamente il nome di Ghiani. Inoltre, in accordo col Magistrato inquirente, tese una trappola a Fenaroli, rivelando come falsa la tesi di quest’ultimo, secondo cui l’assassino avrebbe agito per rapina, avendo sottratto in casa della vittima alcuni gioielli e la somma di un milione, che Fenaroli avrebbe dovuto prestare a un amico di Milano.
Sconfessato dall’amico, abbandonato dal segretario, che rivelò di essere al corrente da tempo del progetto delittuoso, incastrato il sicario Ghiani dal bollettino della Wagon-Lits e dal ritrovamento dei gioielli della Martirano in un nascondiglio presso la ditta dove lavorava a Milano, l’inchiesta condotta tanto brillantemente da Ugo Macera nel giro di due mesi portò all’arresto e all’incriminazione di Fenaroli, Ghiani e del segretario Negri, poi scagionato. I due responsabili furono condannati a 18 anni di carcere, al termine di un iter processuale che fece storia negli annali giudiziari italiani, consacrando Ugo Macera quale nuovo Maigret , avendo del personaggio di Simenon, oltre all’abilità operativa, lo stesso tratto arguto, sornione, profondamente umano.

 


Ugo Macera intervistato in un programma RAI sul caso Fenaroli

Nel 1960 si svolsero a Roma le Olimpiadi, durante le quali egli fu nominato Dirigente per il coordinamento e controllo del Villaggio Olimpico.

Roma, Villaggio Olimpico

 

LA CATTURA DI DEJANA

Se nella maggior parte delle indagini da lui condotte, Ugo Macera metteva in opera la sua scaltrezza di investigatore, allestendo una vera e propria rete di sottili procedure testimoniali e documentarie, definite dalla stampa “geniali trappole”, per la cattura del bandito Luigi Dejana, avvenuta nei boschi tra la Tolfa e Manziana nel settembre 1954, si era trattato di un’azione combinata di intelligence e di commando a tutti gli effetti, nella migliore tradizione di polizia operativa sul campo.
Dejana, sardo di origine, si era reso attivo nella zona dei Monti della Tolfa, dove i pastori della sua regione di provenienza avevano costituito una folta colonia, anche grazie alla vicinanza del porto di Civitavecchia, luogo di imbarco e di approdo dei traghetti passeggeri e delle navi commerciali da e per la Sardegna. Personaggio ruvido e incolto, Dejana possedeva però astuzia istintiva, capacità organizzativa e una sorta di carisma essenziale che lo faceva eccellere nel suo ambiente.
E fu in quell’àmbito, sospeso tra la regola e la trasgressione, che Dejana maturò il suo destino di fuorilegge, uccidendo due persone ad Allumiere. Incarcerato a Regina Coeli, riuscì ad evadere con una rocambolesca fuga, dando alla pubblica opinione la prova della sua abilità criminale e alle forze dell’ordine la misura della sua pericolosità. Godendo della complicità e della omertà dei suoi conterranei abitanti a Tolfa o addetti alle greggi in tutta la regione circostante, si rifugiò da quelle parti, approfittando della natura del territorio, in cui grotte, ipogei nascosti, antiche cave di blenda e allume offrivano nascondigli a prova di ogni manovra per catturarlo.

Il Dr. Macera, a bordo di una radio-jeep della Mobile, in un momento di particolare concentrazione prima di passare all’operazione di cattura dell’evaso Dejana (Radiocorriere N. 27, 1956)

Venne costituito un corpo speciale con centinaia di agenti in assetto di guerriglia, ma le mosse iniziali sul terreno non diedero alcun risultato, e tutta la grandiosa operazione e la massiccia task-force allestite rischiavano di sortire uno smacco clamoroso che si sarebbe aggiunto a quello subìto per la fuga di Dejana da uno dei presìdi carcerari più blindati d’Italia. Nell’impasse che non sembrava volersi risolvere in positivo, intervenne Ugo Macera, suggerendo un’operazione diversiva con l’impiego di due uomini scelti al suo comando. Facendosi passare per inviati di un noto settimanale, avrebbero dovuto avvicinare il bandito con l’apparente scopo di una intervista. La finta proposta venne fatta pervenire tramite informatori al bandito alla macchia. Dejana accettò, per vanità e anche per la cospicua somma di quattro milioni in contanti che il commando di agenti-giornalisti avrebbe dovuto portare al fuorilegge quale cachet per l’intervista.
Ugo Macera, con un capitano dei carabinieri e un agente esperto di arti marziali, dopo un’attesa di due settimane trascorsa in un luogo segreto a Viterbo in cui definirono i tempi e modi del blitz, ricevettero da Dejana il messaggio che potevano procedere. Ma dovevano seguire esattamente le istruzioni date da lui, tenersi su un percorso fisso e arrivare al luogo dell’incontro a piedi. Il terzetto eseguì alla lettera il disciplinare di avvicinamento stabilito dal bandito, e notavano, inoltrandosi per le forre e la foresta di lecci e faggi, che erano osservati da decine di figure mimetizzate nella vegetazione.
Giunti sul luogo dell’incontro, trovarono Dejana. Anche il bandito era stato di parola, e li aspettava da solo, ma li teneva sotto il tiro di un mitra. Per assicurarsi che non portassero armi, li obbligò a spogliarsi, e poi a sommariamente rivestirsi. Fu a quel punto che Macera fece scattare il piano. Propose al bandito di farsi fotografare insieme a lui e all’esperto di arti marziali spacciato per cronista. Dejana abboccò. Mentre il capitano, che passava per fotografo, riprendeva la scena, i tre si misero in posa, e quando vennero a trovarsi gomito a gomito, rivolti all’obiettivo, il lottatore passò un braccio intorno al collo di Dejana tentando di immobilizzarlo. Il bandito ebbe una pronta reazione e gli affibbiò una violenta testata che lo tramortì, ma il repentino movimento lo obbligò a lasciar cadere il mitra. Ne approfittarono il capitano per impadronirsi dell’arma e Macera per affrontare in un violento corpo a corpo il fuorilegge. Stretto alla gola dal cappio della cintura che il Macera aveva prontamente utilizzato al posto delle regolamentari manette, che non aveva potuto portarsi dietro, il bandito si arrese.
La brillante eppure rischiosissima operazione di cattura, che le stesse autorità di polizia avevano tentato di sconsigliare a Ugo Macera, ma che questi aveva con insistenza sollecitato, ritenendola l’unico mezzo per riprendere il latitante, non aveva avuto testimoni se non chi vi aveva partecipato. Eccetto che per alcuni articoli di stampa che ne parlarono e per la realistica vignetta della Domenica del Corriere, firmata da Molino, nessuno avrebbe mai potuto realmente valutare nella sua temerarietà e valenza tattica l’impresa davvero unica di Ugo Macera e dei suoi collaboratori in quella sperduta radura tra i boschi della Tolfa. Ma fu proprio il Dejana a rivelarne la straordinaria portata durante il processo che si tenne un anno dopo a Roma, in cui il bandito tessé gli elogi di Ugo Macera, tributandogli il personale riconoscimento per il coraggio e l’abilità dimostrati nello scontro. Grazie anche a questa testimonianza, l’artefice della missione impossibile alla Tolfa, venne nominato Commissario. La notizia, accompagnata da centinaia di telegrammi di congratulazione, lo raggiunse a Londra dove era ospite di Scotland Yard per uno dei tanti scambi professionali tra la Polizia italiana e quella britannica.

 

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