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Lasciata la Mobile di Roma nel 1962, è stato Questore di Agrigento. Anche qui egli metteva a segno un colpo magistrale, coordinando, nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre di quell’anno, l’operazione che portava al recupero del prezioso Efebo in bronzo, attribuito a Fidia, che era stato in precedenza trafugato dal museo di Castelvetrano. Ugo Macera otteneva così ampio riconoscimento da parte di tutta la stampa nazionale per la sua professionalità mai disgiunta da una forte dose di moralità e tratto umano, oltre alla cittadinanza onoraria di Castelvetrano, con la consegna di una medaglia d’oro riproducente l’Efebo.

 

da: L’EFEBO DI SELINUNTE – Una storia a lieto fine di Francesco Saverio Calcara

“Avvalendosi dell’aiuto del questore di Agrigento, dott. Ugo Macera, Rodolfo Siviero, ministro plenipotenziario che si interessava della ricerca degli oggetti d’arte trafugati, era riuscito ad entrare in contatto con i ladri, avviare delle false trattative e tendere personalmente la trappola che scattò, a Foligno appunto, il 13 marzo 1968.
Ma come mai l’Efebo era giunto nella tranquilla cittadina umbra? Val la pena di raccontare alcuni retroscena, quasi romanzeschi, che condussero al recupero.
Il dott. Macera, intimo amico di Siviero, aveva potuto, come s’è detto, stabilire un aggancio tra i ricettatori, in particolare un assicuratore agrigentino, tal Attilio Sciabica, e il funzionario ministeriale che si fingeva parente di un noto antiquario fiorentino e interessato all’acquisto.
Il 26 febbraio 1968, ad Agrigento, Rodolfo Siviero, dopo due giorni di estenuanti trattative, conclude l’accordo: i ladri, che in un primo tempo avavano chiesto settanta milioni, si accontentano dei trenta che Siviero può offrire, essendo quella la somma massima su cui può contare, messagli a disposizione da un altro benemerito personaggio, suo amico, l’industriale toscano Dante Meccoli. Si stabilisce anche il luogo dello scambio: Foligno e, successivamente, anche la data: il 12 marzo.
Lo scaltro funzionario fiorentino organizza la messinscena; recatosi a Foligno, trasforma parte di una antica casa patrizia, presa in affitto, in un finto laboratorio di restauro e l’11 marzo tende la trappola. Sono con lui l’instancabile Ugo Macera che, alloggiato all’Hotel Umbria, sulla strada di accesso a Foligno, fa da vedetta ed è pronto ad avvisare Siviero attraverso un telefono speciale che lo collega al palazzo; il vicequestore di Palermo, dott. Aldo Arcuri; il commissario Giovanni Console, castelvetranese di nascita, figlio di Sebastiano Console, legale del Comune; e i brigadieri Salvatore Urso e Calogero Salamone, anch’essi della questura palermitana. I quattro poliziotti sono nascosti in un piccolo locale, una ex stalla, adiacente al finto laboratorio e vi rimangono al freddo e quasi digiuni per circa trenta ore, poiché i ladri giungono con un giorno di ritardo e, come annunzia trafelato al telefono il questore Macera, in misura superiore al previsto, cinque al posto di due: sono il già citato Attilio Sciabica, Vincenzo Ragona da Gibellina, Salvatore Nuccio e Leonardo Bonafede da Agrigento, Gregorio Gullo da Menfi.
Alle 17 Sciabica, da solo, picchia al portone; vuol vedere i 30 milioni, li esamina e li marca mordendo le mazzette per riconoscerle al momento dello scambio.
Quindi esce per ritornare subito dopo con gli altri, a bordo di un’auto.
Il sangue freddo di Siviero evitò il possibile fallimento dell’impresa: protestando col capo dei malviventi per l’eccessivo numero dei presenti ad una operazione così delicata, riesce a farne allontanare tre; conduce i rimanenti due in fondo alla stanza; apre la valigia che gli porge Sciabica; trova fra la biancheria la preziosa statuetta; la esamina e ne accerta l’autenticità; consegna infine la borsa col denaro e, come conveuto, si toglie il cappello. E’ il segnale: i quattro poliziotti, nascosti nel ripostiglio, fanno irruzione, immobilizano il capo che sta ancora contando le banconote, e arrestano dopo una breve colluttazione anche l’altro. Nel frattempo il brigadiere Urso disarma un terzo malvivente che, rimasto fuori, insospettito dal fracasso stava rientrando armato di pistola; gli altri due complici, dall’esterno, aprono il fuoco, ma la pronta risposta delle forze dell’ordine li costringe alla fuga. Arcuri e Urso risultano leggermente feriti.
 L’Efebo è così avventurosamente recuperato.”

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